Ti sfido ad amarmi. 

Tra tutti fiori ti regalerei dei gigli. 
Perché le rose sono romantiche, eleganti ma troppo gettonate. E poi non hanno il significato adatto. Non per noi.

I girasoli sono allegri e a te piace il giallo ma non sono romantici. 

Le margherite sono semplici e di una bellezza disarmante, un po’ ti somigliano ma sento che mancherebbe ancora qualcosa. 

I tulipani sono per gli amori non corrisposti, forse sarebbe il più adatto ma non voglio essere così realista. 

Quindi ti regalerei sicuramente dei gigli. Gigli bianchi. 

Così quando avrai tra le mani quel mazzo di fiori, quando ispirando il loro profumo mi chiederai “e sentiamo, qual è il significato dei gigli?”, io potrò risponderti: ti sfido ad amarmi. 

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Parla di te.

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Ho scritto una canzone nuova oggi.

L’ho scritta di getto.

Ne era passato di tempo dall’ultima volta.

Parla di te.

Parla tanto di te ma un po’ anche di me.

Dovrei ringraziarti. È solo quando provo quel tipo di dolore che mi hai provocato che cerco rifugio nella musica.

Lei mi ricambia, non come te.

Beh, certo, a volte mi irrita, mi ossessiona, mi demolisce ma alla fine è l’unica che riesce a farmi rinascere. Mi sento una fenice grazie a lei.

 

Mi dispiace che non avrai occasione di sentirla.

E se penso a tutto quello che scrivo per te, a tutto quel che scrivo riguardo a te, mi si curvano un po’ le labbra all’insù. Non lo saprai mai e non perché non voglio che tu lo sappia ma perché non posso fartelo sapere.

Sei la musa inconsapevole di un’artista disastrata.

Chissà, magari ne saresti contenta; magari mi chiederesti di cantarti qualche verso di tanto in tanto ed io non mi stancherei mai di farlo. Credimi.

 

Caso?

Non credo così tanto al caso. 

Mi spiego meglio: credo che il caso esista ma sono anche convinta che abbia un ruolo secondario.

Ha il compito di rimescolare le carte di tanto in tanto. Rende la corsa più difficile, mette gli ostacoli in modo diverso ma non può cambiare davvero la meta. 
Credo che alcune cose accadano perché è così che deve andare. Alcune persone sono nella tua vita perché è così che deve essere.

Quindi posso dire che credo più al destino che al caso. 

Caramelle gommose.

Ti posso portare a cena fuori? 
Niente di impegnativo, tranquilla. 

Offro io. Ti lascio scegliere il posto. Non mi importa di niente, mi basta che stiamo insieme per un po’. 

Così magari imparo i tuoi gusti. 

Così magari posso chiederti qual è il tuo piatto preferito. 

Possiamo mangiare caramelle gommose per dessert, se ti piacciono. 

Possiamo mangiarle mentre camminiamo. 

Perché poi ti voglio portare a camminare. Vicino al mare magari, così anche nei silenzi abbiamo il sottofondo delle onde.

E se ti va puoi dirmi qualcosa della tua vita. Cose irrilevanti, cose stupide, quelle cose che al primo appuntamento non vanno dette. Ma io le voglio sapere, così mi innamoro un altro po’ di te.  

E se ti va posso dirti qualcosa di me. 

Cose stupide ovviamente. Tra una caramella e l’altra. 

Spero ti piacciano quelle rosse perché io le evito sempre. 

E ti avverto: potrei inciampare di tanto in tanto; potrei perdere l’equilibrio; potrei essere goffa ed imbarazzante. Fa parte del pacchetto. Magari però ti faccio ridere, anche se involontariamente. 

E forse avremo tanti occhi puntati addosso, perché ammettiamolo: siamo entrambe strane, però possiamo far finta che non esistano le altre persone. 

Allora, ti va? 

Facciamo stasera, il tempo di comprare le caramelle gommose e sono da te. 

Se sei libera. 

L’unico orizzonte che vedo ha i tuoi occhi, il tuo sorriso, le tue lentiggini, il tuo modo di camminare. 

E se fosse possibile cambiare orizzonte; se potessi smettere di pensarti; se potessi dimenticarti, rinchiuderti in uno scompartimento, etichettarti come “non importante”,  non lo farei comunque. 

Anche se mi fai male e non lo sai. Anche se non mi pensi. Anche se il tuo cuore non batte per me. 
E penso che prima o poi qualcuno mi costringerà ad andare avanti ed io a quel punto farò l’unica cosa possibile, l’unica cosa che so fare: Ti cercherò in ogni altra persone.

Cercherò le sfumature della tua voce e quelle della tua risata che ho sentito troppe poche volte. 

Che poi sarei voluta esserne l’artefice ma non lo sono mai stata. Non me l’hai permesso. 
Facciamo che per stasera il mio unico orizzonte sarai tu e anche per domani e per il giorno dopo e quello dopo ancora. Magari anche per settimana prossima se sei libera. Se non devi essere l’orizzonte di nessun’altro, si intende.

Così posso guardare i tuoi occhi e il tuo sorriso, i tuoi denti davanti, bianchi e il tuo naso spolverato di lentiggini.

Nulla. 

Ti ho scritto una lettera. 

Non ti arriverà mai.

Sulla mia scrivania aspetta che la polvere inizi a ricoprirla. Mi guarda arrabbiata ogni volta che entro in camera. 

E come darle torto? 

Ho annientato la sua utilità. 

Ho provato a spiegarle che non é colpa mia; che io l’ho creata per una ragione ma non mi vuole ascoltare. 

Pensandoci però è stato stupido scrivere una lettera che non potrò mai inviare. 

Ore insonni per cosa? Nulla. 

Stessa storia. Il nulla é l’unica cosa che ho. 
 

Tramonto. 

Ho visto il tramonto ieri sera. 
L’ho visto perché ero triste. 

Il cielo si tingeva d’arancione ed io sentivo sempre di più il senso di vuoto. 

Non è colpa del tramonto. I tramonti mi piacciono, mi ricordano che la bellezza del mondo è sempre a portata di mano, basta aspettare. 

La colpa è tua. Ancora una volta. 

Perché più si avvicina la sera e più ti sento lontana. 

Perchè sono passate troppe ore dal sogno che ho fatto su di te. 

Perché non dovrebbe essere così, dovrei guardare alla notte come opportunità per vederti ancora e invece ho paura che non accada più. 

Perché i sogni non riesco a controllarli e allora sento quel maledetto senso di malinconia. 

E di sera mi occupano la mente troppe domande. Troppe risposte negative. 

E penso che forse è il caso di lasciar perdere. 

Ne sono convinta per qualche attimo. Mi addormento con questa convinzione. 

Ma quando mi sveglio ogni incertezza scompare. Perché anche stanotte ti ho sognata. Perché eri bella e avevi le lentiggini.