Mi basta poco per essere felice. 

Mi basta poco per essere felice. 

Mi basta un pacchetto di caramelle, un disco in vinile, buona musica, il profumo del caffè.

Mi basta un viaggio in treno e la possibilità di ammirare un bel paesaggio; l’armonia delle stelle e il silenzio dell’alba. 

Mi basta il ticchettio della pioggia leggera contro alla finestra, le coperte calde, una tazza di tè.

Mi basta sentire il tuo nome pronunciato da voci sconosciute; Mi basta sapere di vederti presto. 

Per certi versi sono un po’ come una bambina. Vivo di meraviglia. 

Mi basta poco per essere felice. 

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Il mondo gira al contrario. 

Stasera ho avuto il tempo di pensare per un po’. 
Credo che il mondo stia girando al contrario, sai? 

Non può essere altrimenti. Se il mondo girasse nel verso giusto io e te staremmo insieme. 

E non saremmo una coppia romantica, una di quelle coppie che perde ogni istante per dirsi quando si amano, una di quelle coppie che fa striscioni, scritte sull’asfalto, serenate, discorsi immensi sulla fortuna di trovarsi e si bacia in piazza. 

A me basterebbe un sorriso, un bacio silenzioso sulla porta, un post it con scritto “Buongiorno”. 

Mi basterebbe alzarmi e sapere che mi stai pensando. 

Mi basterebbe un caffè e una fetta di torta insieme una volta alla settimana. 

Mi basterebbe una camera silenziosa, uno sguardo luminoso. 

Mi basterebbe sentire il tuo cuore che batte e il tuo respiro tranquillo quando ti addormenti. 

Mi basterebbe contare le tue lentiggini e i sorrisi in un giorno, quelli fatti solo per me. Non puoi capire quanto mi impegnerei per alzare sempre più la media. 

Mi basterebbe collezionare ricordi per essere certa di poter sopravvivere a lungo anche se poi non dovessi più averti. 

Ma, lo sai, il mondo gira al contrario e a me non restano che i sogni. 

Futuro.

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Quando mi dicevano che l’università era il primo passo verso il mondo “reale”, non è che ci credessi così tanto. Pensavo fosse una delle solite cose che si dicono quando si caratterizza un nuovo percorso scolastico.

Ma sì! Perché in fin dei conti sono tutti gradini verso il mondo adulto. Compreso il primo giorno d’asilo, il primo rientro a scuola, le prime amicizie tra compagni, le elementari, i primi compiti, le medie, la scelta delle superiori.

Il punto è che fino a che frequenti una scuola superiore, soprattutto se quella scuola è come lo era la mia, che prende quindi solo uno spicchio di città, che setaccia i ragazzi neanche fossero farina, sei protetto.

I professori ti indirizzano, che lo facciano bene o male è un’altra questione fin troppo problematica.

Hai una linea evidenziata che dovresti seguire se tutto va secondo i piani.

 

Oggi mi sono resa conto che questa linea, d’ora in poi, sarò io a doverla tracciare, ad evidenziarla per essere certa che non svanisca; per essere certa di vederla bene, senza bisogno di nuovi occhiali; per essere certa di non dimenticarla.

Capisco le voci dei professori sprecate per anni nel tentare di inculcare responsabilità ad ognuno di noi. Cercavano di metterla a forza nella nostra testolina da ragazzi incompresi e perennemente incazzati con il mondo.

 

Mi sono fatta due ore di treno. Ho preso l’autobus, schiacciata come una sardina tra una gamma di fragranze di sudore che neanche quelle dei saponi della Lash. Ho fatto la fila due ore per l’immatricolazione. Ho dovuto ricalcolare il percorso. Ho cammino per un ora e mezzo perché la voglia di condividere ossigeno con altre persone di nuovo mi faceva stare male. Vagando senza senso per altro dieci minuti ho trovato il polo universitario di psicologia. Sarà che sono imbranata io ma quel polo si mimetizzava perfettamente con i palazzi anonimi circostanti. Persa ormai una lezione ho aspettato quella pomeridiana. Due ore e un quarto d’ascolto. Autobus. Treno, scalo, treno.

La responsabilità è quella cosa che mi porta a tracciare una linea continua e costante. Perché anche se la mia vita di qualche mese fa era più lineare, tranquilla e facile ora ho il compito di costruirmi un futuro. Faccio il primo passo nel mondo “reale”.

Non mi sento più i piedi e sono stanca, ma sono responsabile e quindi frequenterò le lezioni quanto più possibile.

Magari il fatto che abbiano nominato “fotocopie di cartelle cliniche di manicomi di un secolo fa” mi incentiva leggerissimamente ad esserlo.

Le cose belle.

Le cose belle prima le devi trovare, poi custodire. 

Devi cercarle e non é facile. Nascono sotto terra, o forse è qualcuno che le ha nascoste lì. Non ne sono sicura, è un po’ come il problema dei bambini, dei cavoli e delle cicogne. Troppe versioni della storia mi confondono. 

La cosa di cui sono certa è che le cose belle stanno sotto terra.

Devi scavare a mani nude per trovarle. Devi sudare e piangere.

Devi perdere la speranza qualche volta. È normale; perché lo vedi che la buca che hai fatto è profonda, ma ancora non riesci a scorgere un qualche luccichio e allora ti disperi. 

Devi essere pronto a scavare fino al centro della terra, fino all’Australia. Perché le cose belle non sono alla portata di tutti. 

Le cose belle non stanno mai sulla superficie. 

Le cose belle sono innumerevoli. 

Le cose belle sono preziose non tutte allo stesso modo. Sono belle per te.
Quando le avrai trovate, tutto sudaticcio, con la schiena frammentata in pezzettini e la terra sotto alle unghie, sarà lì la difficoltà. Perché tutti quelli che avevano smesso di cercare per la stanchezza ti osserveranno e saranno pronti a portati via il tuo tesoro, anche se per alcuni di loro non sarà quello che cercavano ma sarà comunque abbastanza. 

Custodisci quel che hai trovato. 

Perché non è vero che le cose belle arrivano quando meno te lo aspetti. Te le devi guadagnare e quando ci riesci non puoi lasciartele scappare. 

Ho smesso.

Ho smesso di pensarti.

Ho smesso di illudermi perché le illusioni non sono per le persone adulte ed io ormai sono incastrata nel loro mondo. Gabbia chiusa; ermetica.

Ho smesso di sognarti ad occhi aperti durante le lunghe giornate di routine. Ho smesso di sognarti di notte, quando ormai abbassata ogni difesa mi immergo in sonni profondi.

Ho smesso di cercarti nelle altre persone quando cammino per il centro città.

Ho smesso di sperare.

 

I tuoi occhi, ho smesso di amarli.

Il tuo sorriso, non riesce più a contagiarmi.

La tua voce, ormai è una delle tante. Non ha nessun effetto su di me. Nessuno.

 

Non sono più innamorata di te.

Ho smesso di aspettarti.

Ma ho iniziato a mentire, spudoratamente.

 

Stupida. 

Scusa se sono stupida. 

È che a volte non mi dispiace esserlo, non quando si tratta di te. 

Perché non mi vergogno nel dire che ho perso la testa e ancora la sto cercando; che non ti conosco ma che vorrei farlo; che la mia ragione è tenace ma questa volta ha preso un abbaglio. 
Ho puntato in alto e non so volare. Non l’ho fatto per scelta. Sono complicata ma mi piacciono le cose facili, pratiche, concrete; tu non sei una di queste eppure mi piaci comunque. 
Vorrei imparare a volare per riuscire a sfiorarti ma non è possibile. 
Scusa se sono stupida. 

Sto provando a smettere. Avessero fatto cerotti o gomme da masticare per aiutarmi sarebbe stato più facile ma l’amore è più sottovalutato della nicotina. 

Nascondino. 

Cerco di nasconderti tra gli obbiettivi quotidiani e i pensieri superficiali. 

Cerco di nasconderti tra il pranzo e la cena, tra il caffè e la camomilla. 

Cerco di nasconderti sotto le mie parole, le mie convinzioni, i miei dubbi, i miei pensieri. 

Ti nascondo sotto le mie risate e i sorrisi spenti. 

Ti nascondo sotto al cuscino e alle lenzuola ancora leggere; tra gli occhi assonnati e i capelli scompigliati. 

Ti nascondo tra le matite colorate e le penne a sfera; tra le corde della chitarra e la mia voce tremolante. 

Ti nascondo nell’armadio come un teschio, nel cassetto come un desiderio; tra le pagine di un libro che devo ancora iniziare a leggere; tra le lacrime di un film appena finito.  

Ti nascondo ma sei ancora lì, sopra alla mia pelle e nei miei sogni, sfumata tra ricordi di altri giorni.