Ritorni.

I ritorni a casa

a notte fonda

con la macchina a secco

e il freddo

che vuole entrare

a tutti i costi,

le mani che tremano,

la pelle che fa male,

la voglia di nasconderle

nelle tasche del cappotto

ma l’obbligo di tenerle

sul volante.

il riscaldamento

che ha perso colpi,

il mio respiro

che appanna i finestrini

e la radio

che non vuole funzionare

che cambia stazione

e non trasmette

che sfrigola

tanto che riesce ad irritarmi,

tanto che l’indice

continua

a premere

nervosamente

per cambiare

per andare avanti

per riempire il vuoto,

il silenzio

scandito dal fischio

dell’aria che sbatte

contro gli specchietti.

Certi ritorni

solo con te vorrei farli.

Tu, che canticchi

sottovoce

e respiri calore

anche se in quest’abitacolo

non ce n’è.

Tu, che profumi di vero

e di malinconia,

la luna ti ammira

ma io di più.

Tu, che guardi fuori

ed immagini l’estate

tanto bene

che potresti aprire il finestrino

ed entrerebbe

solo aria calda.

Ma le mani tremano

e la pelle brucia

e il riscaldamento non funziona

e la macchina è a secco

e la radio sfrigola

e l’aria fischia

e Tu sei nella mia testa

non nel sedile accanto a me.

 

 

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Pinguino innamorato. 

Che le parole belle si fottano,

almeno per una volta. 

Che tanto sarebbero

sbagliate tutte.  

Anche mi sforzassi

di sciegliere le più rare,

perché nessuna parola

sarebbe mai abbastanza. 
Allora sai cosa faccio?

io, appena ti vedo, 

ti porto un sassolino. 

Il più bello che trovo

nella spiaggia

vicino al pontile

dove vado quando

ti voglio pensare 

più intensamente del solito. 

Faccio come un pinguino

innamorato. 

Te lo porto e ti osservo. 

Te lo porgo e sto in silenzio. 

Te lo lascio osservare.

Ed è un po’

come dirti che voglio 

perdermi nei tuoi occhi,

fino a che c’è luce

così quando non ci sarà più 

potrò comunque dire

di conoscere il fondo del mare

a memoria. 
Allora io, 

appena ti vedo, 

ti porto il sassolino 

più bello che trovo

come un pinguino

innamorato. 

E non ti dico nulla. 

Che magari lo capisci 

da sola. 

Che secondo me

un po’ la conosci la lingua

dei pinguini. 

Onde di compressione. 

Il caffè lo prendo amaro

per non far rumore.

I miei pensieri, 

quelli ne fanno già troppo.

Sono batteristi inesperti

che creano

onde di compressione

troppo grandi.

Onde 

che hanno solo il tuo profumo. 

A volte penso

che potrebbero raggiungerti,

ma non lo fanno,

non lo fanno mai. 

Ed è assurdo

che tutto quel trambusto

non riesca a far vibrare

il tuo timpano. 

È assurdo perché è un casino

continuo. 

Perché non smette mai. 

Perché è amplificato da tutti

i desideri

che esprimo con scuse

banali e bambinesche. 

E a volte provo a silenziare,

tolgo le bacchette ai batteristi.

Mi impegno,

riempio la giornata 

con qualsiasi cosa 

che non ti sfiori,

ma non funziona,

non funziona mai. 

Perché poi qualsiasi cosa

mi riconduce a te,

anche se non voglio,

anche se per un secondo solo,

tremo come una corda,

vibro di alte frequenze. 

Vento. 

Vorrei gridare al vento

di scompigliarti i capelli 

con il mio profumo

quando esci da lavoro,

sei affannata dal freddo,

dal peso della chiatarra

e della sciarpa colorata 

che è più grande di te

che sembra un tappeto

ma ti fa caldo

e a te piace

e a me piace da morire su di te. 

Lo pregherei di non usare 

quei suoi modi bruschi

che non te li meriti

e la tua pelle è troppo chiara

per resistere a quei vetruzzi

che si porta dietro 

sto vento scorbutico.  

Vorrei gridare al vento

di ricordarti che esisto. 

non sempre

ma spesso.

Quando può,

dopo aver attraversato il Tirreno

così ti porta salsedine

e onde sparse 

e così pensi al mare d’inverno

che non scappa,

che ti aspetta. 

Sicura.  

Tra le mie braccia 

staresti al sicuro.

Te lo assicuro.

Sarei roccaforte

per te,

per essere sicura

che ogni ombra,

anche quella più oscura,

rimanga fuori,

al di là del fossato. 

Ed è sicuro che

fuori

si formerebbe una fila

di cavalieri

sicuri di poter chieder

la tua mano

e sicuri di averla

dopo la mostra

del loro valore.

sicuri tutti,

l’uno più dell’altro. 

Ma non lo sanno

che la storia qui

non è tra un cavaliere

e una principessa

ma tra te

e una roccaforte

che ha cura 

di ciò che ama. 

Te lo assicuro. 

Luna

Ma che la guardo a fare la luna

se non ho te vicino? 

Te che mi chiedi di non fissarti

che poi ho gli occhi stanchi

e un po’ hai ragione;

vorrei farlo ancora per sempre

meno un minuto

ed è un po’ di tempo. 

E mi dici di guardarla

la luna, che così luminosa

non è stata mai,

che sembra un lampione 

con le radici sulle stelle. 

Ma non l’hai capito 

che della luna non mi importa? 

Perché a me la luna non chiama

mai, 

quella chiama il mare

lo influenza, lo smuove.

Come fai tu con me. 

Ma l’hai capito 

che non mi importa della luna? 

a me basta che illumini 

il tuo viso da bambina

perché tanto io la luna mica la guardo. 

Treni

Prendo Il treno delle 23

stasera. 

Perché di sera

è più facile fare follie

per te. 

Perché mi manchi

come fosse stato quotidiano

passare,

nel meravigliarmi del tuo viso,

ore

che vorrei perdere ancora;

come innamorata 

esploratrice 

che non vede davvero perdita

ma solo ossigenante vittoria. 

Prendo il treno delle 23,

quello diretto.

Così non posso sbagliarmi,

così non posso ritardare,

così arrivo per colazione

e ti porto il caffè 

caldo.