Conserva.

Conservo il tuo profumo

in un angolo dello sterno

perché non ne so nulla del futuro

e metti che poi mi perdo.

Conservo il tuo profumo

proprio un bacio prima di lasciarti

che i limiti  contano le ore

e anche non fossero loro a contarle

le conterebbe il sole.

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La notte pizzica le stelle.

La notte suona l’inquietudine

delle parole non dette.

Pizzica le stelle

e soffia sulle foglie

nuove per la primavere

che ha chiamato i fiori

all’appello.

 

La notte suona l’inquietudine

delle parole non dette.

Posa pesi sul cuore

per farlo allenare

mentre produce accordi

solo in minore.

 

La notte suona l’inquietudine

delle parole non dette,

suona la sicura, esterna

banalità  dell’amore

che dall’interno

assomiglia di più

al suono dei pianeti

che non smettono di girare.

 

 

 

 

Bancarella. 

Volevo mettere in piedi una bancarella

per vendere un disegno e una pinza

ma non avevo neanche un tavolo

e allora ho scelto lacrime e terra.

E avrei fatto un’asta,

avrebbe vinto l’offerta più bassa

per giocare a fare l’alternativa

per giocare a far l’adulta

che gioca a far la bambina

che gioca con il cuore,

lo fa rimbalzare contro il muro,

che cade con le ginocchia coperte

di sangue ed erba, 

e s’ingegna per fare una fottuta bancarella. 

 

M’incanto.

Come quando inciampo

nelle crepe del parcheggio

e guardo il sole al contrario

per tornare indietro nel tempo.

Come quando chiudo gli occhi

per un un secondo

e credo nel mondo.

Come quando apro gli occhi

per un istante

e non credo più in niente,

non credo più neanche

nel genere umano.

Come quando punto i piedi

per una manciata di caramelle

e poi preparo la scritta

da incidere sulla lapide.

Come quando m’incanto.

 

 

Da dove vieni? 

Da dove vieni si parla d’amore?

Si guarda la tv satellitare? 

Ci si nasconde sotto alle paure

E si riempiono cassetti di sogni? 

Da dove vieni si contano le stelle

E i giorni che mancano a Natale? 

Un blog a senso unico ha vita sterile. Ho avuto modo tramite commenti di incrociarmi con anime affini. I commenti spesso però non sono sufficienti. 

Se bazzichi da queste parte e ti va di metterti in contatto con me oltre alla pagina Facebook del blog e al mio instagram. 

Che trovi nella sezione “contatti”, lascio anche la mia mail. 

camillaruffini97@gmail.com

Togliti le scarpe. 

Giudichi l’abisso 

E osservi la parte

Del mio cuore

Che ha perso più battiti

Con la superficialità 

Che si dedica 

Alle cose inutili. 

Togliti le scarpe 

Se vuoi camminare 

Sul fondo delle mie parole,

Son nate da conati di lacrime

E sorrisi malinconici

E meritano rispetto.

Tu giudichi l’abisso

Che è profondo 

E buio,

Che è in discesa 

E impervio. 

E allora portati una torcia

E dei viveri di riserva,

Portati lo stomaco

E il cuore aperto,

Portati l’amigdala

E lascia il senno all’ingresso

Proprio di fianco al mio. 

Perché se davvero vuoi 

Giudicarlo il mio abisso

Prima devi esplorarlo

A meno che tu non ti voglia

Illudere di conoscerlo 

Anche solo dopo un passo.

Ma sarebbe come credere

Che oggi sia stato il sole 

A far caldo

Quando era solo il vento

Che viene dall’Africa. 

Come un cacciabombardiere.

Dobbiamo rimanere in silenzio

Per non svegliare il buio.

Ma quando ti stringo la mano

Faccio più rumore

Di un cacciabombardiere.

Quando ti stringo la mano

Faccio più scalpore

Di un ubriaco che ha perso

Il controllo in tangenziale. 

Dobbiamo rimanere in silenzio

E allora pretendo 

Di star bene distante 

Di star bene anche in disparte. 

Perché se ti stringo la mano

Perdo ogni ragione 

Faccio troppo rumore

Per chi si è convertito 

Alla giustizia più ingiusta

Che esista. 

Che professa etica disforme

E sguardi disumani. 

Ma noi abbaiamo come i cani

Ad ogni bacio rubato

Fatto di sguardi

Da angoli distanti

Di una stanza troppo grande. 

Dobbiamo rimanere in silenzio

Per non svegliare il buio.

Che è strafatto di dissenso,

Bigotto ma incontento

Acceccato dal consenso 

Degli stupidi.