1° Capitolo

smsmsmmsmm

Si mise a sedere con la consapevolezza che non avrebbe più chiuso occhio fino alla sera successiva.

Probabilmente non sarebbe tornata lì, non dormiva quasi mai nello stesso punto, cercava sempre luoghi migliori.

Vagava come vagano i nomadi, al contrario però, lei, era immersa costantemente nella solitudine, l’aveva amata e apprezzata. Era riuscita a capire davvero cosa volesse dire ascoltare i propri pensieri ma probabilmente, ormai, si trovava ad un punto in cui necessitava di qualcosa di più.

Strinse le gambe al petto per proteggersi, almeno un minimo, dal vento freddo che continuava crudelmente a tagliarle la pelle scoperta.

C’era stato un tempo della sua vita in cui quella stessa pelle conosceva il freddo e ogni volta lo ricordava con piacere ma in quel momento, invece, ad ogni brivido che le percorreva la schiena non poteva fare a meno di pensare che il freddo, in fin dei conti, non era mai stato qualcosa di positivo.

C’era stato un tempo in cui poteva dire di avere tutto, non l’aveva perso, l’aveva semplicemente lasciato alle spalle, non si era mai pentita della sua scelta e mai l’avrebbe fatto.

Si era resa conto che non era mai riuscita a sfiorare la felicità.

Aveva avuto davvero tutto: un lavoro di prestigio, un marito pronto a soddisfare ogni suo bisogno, una bella casa.

Una vita per molti da considerare perfetta e c’era stato un tempo in cui anche lei non esitava a considerarla tale.

Si era resa conto che quella era solo una pessima imitazione della felicità.

Per un po’ aveva vissuto tutto ciò che la circondava come tale. Aveva considerato il suo lavoro perfetto, aveva creduto di amare suo marito e aveva considerato la sua casa un castello, poi, quella piccola parte della sua mente che credeva il contrario aveva iniziato ad espandersi a macchia d’olio intaccandole ogni certezza che personalmente aveva fatto svanire poco dopo come una goccia di colore in fin troppa acqua.

Si era sentita persa. Si era sentita vuota. Si era sentita schiava della vita che aveva costruito e come se fosse stata un castello di sabbia aveva iniziato a soffiare, soffi lenti ma profondi, caldi, ad ogni soffio un granello di sabbia l’aveva abbandonata, anche se, forse, sarebbe più corretto dire che era stata lei ad dire addio ad ogni singolo granello.

Era stata lei infatti a sbattere la porta rossa di casa che Matthew, suo marito, aveva dipinto.

Lui sapeva che il rosso era il suo colore preferito, sapeva che l’avrebbe amata e lei infatti l’aveva amata o … forse no, del resto non sapeva davvero cosa volesse dire amare, in effetti non era neanche mai riuscita a capire che cosa avesse voluto dire “vivere”.

Era stata lei ad ignorare il proprio nome che continuava ad uscire flebile dalle labbra di quel ragazzo che si era preso cura di lei per tutta una vita, che l’aveva amata davvero, era certa che il suo fosse vero amore.

Perché lei non era mai riuscita a ricambiare?

Perché i suoi occhi non luccicavano alla vista di suo marito?

Perché il cuore non perdeva i battiti?

Perché non riusciva a sentire le farfalle nello stomaco ogni volta che dal salotto percepiva il suono delle chiavi che si infilavano nella serratura e quel successivo, sempre presente “sono a casa!” ?

C’era qualcosa di sbagliato in lei.

L’aveva creduto per molto tempo; aveva cercato di capire cosa fosse; aveva scavato dentro al suo passato, si dice che è lì che è necessario ricercare la fonte dei propri Mali, e poi, senza risposte, si era lasciata andare all’ignoranza. Non avrebbe mai potuto cambiare ciò che era, non esistevano istruzioni, manuali, tutorial, non esisteva niente del genere.

Posò i piedi a terra, e ritta iniziò a camminare lungo il vialetto che percorreva tutto il parco.

Le suole delle sneakers erano la prova di tutti i passi che aveva percorso in quei mesi; consumate e rovinare le portava con orgoglio, orgoglio che non provava per il proprio odore.

Aveva sempre tenuto molto al proprio aspetto e alla propria immagine ma, ovviamente, la sua scala delle priorità si era ribaltata.

Nella borsa non aveva più specchietti, rossetti o lucidalabbra, in effetti non aveva neanche più una borsa.

Fece qualche altro passo mentre immagini del suo passato le scorrevano davanti agli occhi.

Quella sera di Dicembre dell’anno appena passato, si era infilata dentro al primo taxi, si era fatta portare all’aeroporto e aveva scelto la sua destinazione: New York.

Scelta banale, scontata, sopravvalutata ma presa con consapevolezza.

New York era ed è la città dove ogni sogno è realizzabile. C’era però un piccolo problema di base, che nasceva dalle fondamenta: lei non aveva mai avuto un sogno.

Forse da bambina, probabilmente aveva sognato di diventare una principessa, magari un astronauta o una ballerina ma di sogni concreti, di sogni che valeva la pena inseguire non ne aveva mai davvero avuti.

Doveva trovare il suo posto nel mondo.

Dalla sua parte aveva percentuali molto basse; migliaia di destinazioni, milioni di persone e la casualità che avrebbero potuto rigirare le carte in tavola in qualsiasi istante, in più il tutto si mescolava ad un ennesimo problema di base: lei non sapeva cosa cercare.

Era come giocare a mosca ceca, come sperare di trovare il rosso in un film in bianco e nero o sperare di trovare il grigio in un arcobaleno, difficile, impossibile direi.

Per tanto tempo aveva cercato la perfezione ma non era quella che le serviva, la perfezione non esiste, l’aveva capito a ventisette anni.

Aveva sperato che cambiare posto l’avrebbe aiutata a trovare quel qualcosa ma evidentemente non era servito a molto.

Allora a cosa si doveva appellare?

Al destino forse, ormai a Dio non credeva più. Aveva smesso di farlo fin troppo tempo prima quando si era resa conto che le preghiere si disperdevano nel vento senza risultati.

Senza nulla se non se stessa e quei pochi vestiti puzzolenti, continuava a vagare e l’avrebbe fatto ancora, almeno fino a che non sarebbe successo qualcosa, fino a che la sua caccia al tesoro non si sarebbe conclusa con una vittoria.

Senza salvagente, senza ancora, senza una boa, tutto era più complicato. Si sentiva come una pessima nuotatrice nella piscina per adulti. Troppo profonda.

Prese un lungo respiro riempiendo i polmoni di un aria mista al proprio odore. Bruciava. Per quanta aria entrasse dal proprio naso sembrava impossibile riempirli davvero.

Varcò l’ingresso del parco, per lei sarebbe stata un uscita senza ritorno, poggiò la mano destra al lampione che le stava di fronte, congelato si confondeva con la temperatura della propria pelle.

Posò gli occhi sul foglio di carta riciclata che qualcuno aveva attaccato sicuramente qualche tempo prima.

La carta era rovinata, umida per colpa della pioggia che aveva bagnato New York il giorno precedente e lo scotch aveva perso ogni sua funzione. Il volantino, se così poteva definirsi, era in bilico pronto a sfracellarsi sul marciapiede anonimo sottostante.

Era difficile persino distinguere le scritte sbiadite.

Staccò uno dei bigliettini più leggibili, aveva un numero di telefono, le mancava solo il telefono vero e proprio adesso, il suo l’aveva lasciato in quello che era stato il suo appartamento a Dallas.

Iniziò a percorrere il marciapiede, ormai la luce del sole si stava facendo viva, flebile tra i grattacieli che, ogni volta, le toglievano il fiato.

Avrebbe aspettato la sveglia dei mattinieri, intanto però il bigliettino si trovava al sicuro nella tasca di quella felpa nera ormai consumata e, insieme a lui, le sue mani che continuava a ricercare un briciolo di calore.

Annunci

Il cielo cade solo se il sole esplode

nssnn

“Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare chi le dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. Si tolse di dosso il telo di plastica, si tirò su avvolta nei vestiti e nelle coperte puzzolenti e guardò verso est in cerca di luce ma non ce n’era.”

Quella notte a farle compagnia non era rimasto nessuno se non le stelle, quelle non l’avrebbero mai abbandonata, ci sarebbero sempre state e forse, ormai, erano diventate la sua unica certezza.

Allungata la mano si era ritrovata la superficie congelata della panchina che le aveva fatto da materasso, probabilmente il materasso più scomodo sul quale avesse mai dormito e, vi posso assicurare, che aveva conosciuto nel corso di quell’ultimo anno giacigli ardui da sopportare.

I suoi occhi scuri si confondevano con la notte, erano gli unici a sentirsi a proprio agio in quella mancanza di luce che provocava, invece, nella sua anima un grande senso d’angoscia.

Intorno a lei il silenzio più assoluto prendeva piede.

Il piccolo parco che aveva scelto come rifugio notturno era completamente deserto.

Nel corso di quel lungo anno aveva imparato a non dormire davvero, non riusciva mai a chiudere gli occhi e a lasciarsi cullare completamente da Morfeo.

Aveva paura, paura che qualcuno potesse aggredirla, per questo rimaneva sempre in quella fase di dormiveglia che le regalava qualche energia. Energie che l’aiutavano ad affrontare il giorno successivo ma che, molto spesso, non erano abbastanza.

Coming soon