Magari poi io.

Solo di chi non sa camminare,

che inciampa anche quando ha il vento a favore.

Di te. Che il mio fegato mi dice di non fare,

Di rimanere e basta.

Di soffocare la valvola mitrale,

Chiuderla a tempo indeterminato,

Che se si libera un posto

Se si libera e compro del tempismo,

Magari poi io.

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Barche 

Hai presente

Le luci delle barche

Di notte.

Quelle che chiamo gli occhi

Ma solo i nostri

Che son cocci rotti.

E fa freddo, lo so

Ma sei tu che volevi

L’inverno.

Fa freddo, lo so

E mi dici:

portiamo un po’

Di sabbia nel nostro letto?

Nevrosi.

Ecco
Odore di petrolio
Che infetta le narici
E poi la mia zucca
Mezza marcia
Che quando sarà distrutta
La darò in pasto ai topi
Così che ci studino
La vita organica
Delle nevrosi.

Assedio

L’assedio ha avuto inizio

Alle 3 di lunedì mattina. 

Perché la notte le ha portato consiglio

Ma ha portato quello sbagliato. 

Organizzato per stremare,

Per togliere il fiato e far soffrire.

Quella senz’aria è la morte peggiore

Perché quando ce l’hai nella gola

Anche il mare è crudele.

Ulisse. 

Qualche riga

Da decifrare 

E altre mille e cento 

Cose da capire. 

Ma sai cosa, Ulisse?

Le tue parole son tornate a casa

E tu stai ancora in viaggio,

Da così tanto che il mare

Ormai ce l’hai nella gola,

Da così tanto che Itaca

Neanche ricorda più la storia 

Delle mie mani

Che hanno retto l’ancora

Di una nave fantasma

Per non farla salpare.

Perché il vento è crudele 

Ma tu di più. 

Perché le vele sono egoiste

Ma tu di più .

Perchè il tempo è bastardo

Ma tu di più. 

E allora buon passato Ulisse,

A me quello non serve. 

Nella nebbia. 

Ho perso nella nebbia le chiavi di casa

Quelle che avevo appeso al collo

Forse per ironia, un minuto prima

Di perdere la testa. 

Convinta che qui non ci fosse la nebbia

Che siamo a due metri dal mare

Che siamo a due metri dal mare

Da qui si può quasi nuotare

Al massimo c’è un po’ di puzza 

Di salsedine e periferia

Salsedine e periferia

Salsedine portami via. 

Sputo. 

È uno sputo di tristezza 

Che mi toglie il sapore del bene

Da labbra piene

Di ogni genere d’insicurezza. 

È uno sputo di tristezza 

Che dà una lucidata 

Ad una fottutissima etichetta

Nuova di zecca

E vecchia contemporaneamente

Come una polaroid del 1937. 

È uno sputo di tristezza

Solo uno sputo 

Perché poco di più sarebbe troppo

Anche per quelli che hanno consapevolezza

Di predicare crudeltà abnorme,

Di regalare sguardi disumani

Ma noi, ricordatelo

Noi abbaiamo come i cani,

Noi facciamo più rumore

Di un cacciabombardiere.